La Cina apre al mercato discografico occidentale, ma pirateria e censura restano una grande minaccia

La Cina grande protagonista del Midem che si è appena concluso a Cannes. Forte dei suoi 1,3 miliardi di abitanti, ha suscitato il forte interesse dell’industria discografica, nonostante il Paese sia caratterizzato ancora da una pirateria galoppante e da differenze culturali notevoli. La Repubblica popolare è stato ospite d’onore di questo appuntamento internazionale ed è arrivata con una delegazione di cento persone, tra cui il viceministro della Cultura Meng Xiaosi.

Le altre cose

Nello stand Music China erano presenti almeno trenta aziende che distribuivano, tra le altre cose, Cd di musica cinese alcuni a dire il vero un po’ kitsch per le orecchie occidentali. Un Paese che comunque, anche davanti alla forte produzione locale, ha accolto negli ultimi anni le tournee di grandi artisti internazionali.




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Zhang Xinjian, direttore aggiunto del ministero della Cultura, ha dichiarato: “Abbiamo 1,3 miliardi di abitanti e apriamo le braccia alla musica. Portate le vostre eccellenze in Cina!”.

Aggiungendo che riguardo alla pirateria “…il governo sta facendo molto e presto riuscirà a debellarla”. Ma la realtà è ben diversa. Stando ai dati dell’IFPI (International Federation of the Phonographic Industry), il tasso della pirateria di Cd in Cina arriva all’80% (124 milioni di unità legalmente vendute rispetto alle 460 milioni taroccate del 2004). Anche se l’IFPI sottolinea che il numero delle linee internet a banda larga è cresciuto tanto da raggiungere gli Stati Uniti, resta il grave problema della pirateria online che si attesta al 99%. L’industria discografica è tra l’altro in guerra con il motore di ricerca Baidu e con Yahoo China, considerati colpevoli di proporre link a siti pirata. Altra caratteristica, la difficoltà ad avere rapporti con un’economia ancora fortemente comunista, anche se Zhang ha tenuto a spiegare che “…in passato tutte le compagnie appartenevano alla Stato, ma ormai alcune sono jointventure con aziende private”.

Un modo soft per dire...

Philip Qu di TransAsia Lawyers ha dichiarato che “una cattiva comprensione della tradizione politica e culturale cinese potrebbe seriamente nuocere alla strategia commerciale degli investitori stranieri”. Un modo soft per dire che la burocrazia potrebbe disorientare gli occidentali? Ultima nota dolente, la censura. Secondo Li Xiaoping, della società CRC Jianian, le parole delle canzoni che arrivano in Cina devono prima essere approvate dal governo Zhang ha spiegato che questo avviene per evitare “un impatto negativo che potrebbe comportare problemi sociali”. Noi questa la chiamiamo censura!

(01 febbraio 2008)

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