Giornata No per Google: tre dirigenti italiani condannati per violazione della privacy, mentre la Ue indaga per infrazione norme antitrust

Una giornata ricca di sorprese – non proprio positive – per Google: tre dirigenti della società sono stati infatti condannati dal tribunale di Milano per violazione della privacy, a conclusione del processo per la pubblicazione sul sito Google Video di un filmato nel quale veniva ritratto un ragazzo disabile mentre subiva vessazioni da parte di compagni di scuola. La Commissione europea, intanto, ha confermato di aver ricevuto tre denunce nei confronti della società. Denunce che sono in corso d’esame ma che non hanno portato al momento all’apertura di alcuna indagine formale nei confronti del gruppo. Tre gli esposti presentati alla Ue da Microsoft (attraverso la controllata Ciao), dal francese Ejustice.fr e dal sito britannico di comparazione dei prezzi Foundem, che accusano Google – che controlla il 90% del mercato globale della ricerca online - di penalizzare i loro servizi, ponendoli in fondo alla lista dei risultati e quindi rendendoli meno visibili agli utenti grazie a un artificio inserito nell’algoritmo di ricerca. Nel mirino dei competitor anche lo strapotere di Google sul mercato della pubblicità online, che distorcerebbe la concorrenza permettendo al gruppo di Mountain View di imporre prezzi eccessivamente alti agli altri player.

Una nota della Ue

“Come al solito quando si ricevono simili denunce – si legge in una nota della Ue - la Commissione ha informato Google all'inizio di questo mese e ha chiesto alla società di commentare le accuse”.




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L’esecutivo europeo ha aggiunto di non poter fornire in questa fase ulteriore informazioni, mentre Google ha dichiarato di “aver sempre operato nell'interesse degli utenti e dei partner e sempre in linea con le leggi europee in materia di concorrenza”.

La sentenza del tribunale

Riguardo, invece, la sentenza del tribunale di Milano, David Carl Drummond (ex presidente del Cda di Google Italia), George De Los Reyes, (ex membro del Cda), e Peter Fleischer, responsabile delle strategie per la privacy per l'Europa, sono stati condannati a sei mesi di reclusione, con pena sospesa, per violazione della privacy e assolti, invece, dal reato di diffamazione. I fatti risalgono al settembre del 2006: le immagini incriminate, riprese con un telefonino, mostravano le vessazioni subite da un ragazzo di 17 anni, insultato e percosso nell’indifferenza del resto della classe. Immagini di umiliazione e violenza che hanno fatto in un batter d’occhio il giro della rete a hanno aperto un acceso dibattito sulla responsabilità, oltre che degli autori del gesto, anche dei siti che ospitano questo tipo di contenuti generati dagli stessi utenti. Anche se il padre della vittima ha quindi ritirato la denuncia contro Google, il comune di Milano e l’associazione Vividown si sono costituiti parte civile e ai 4 dirigenti – oltre ai tre condannati era stato coinvolto anche Arvind Desikan, responsabile del progetto Google Video per l'Europa, quindi assolto da tutte le accuse – i magistrati hanno contestato l'ipotesi di reato di diffamazione e violazione sulla privacy, con riferimento alle norme che riguardano dati “atti a palesare lo stato di salute della persona inquadrata”. Il fatto che i 4 imputati siano stati assolti dall’accusa di diffamazione e siano stati condannati solo in merito alla violazione della privacy, hanno spiegato gli avvocati Giuliano Pisapia e Giuseppe Vaciago, legali dei tre dirigenti Google, è comunque un fatto positivo, poiché “…non è passato il principio sostenuto dai Pm, ovvero quello dell'obbligo di una censura preventiva sui contenuti pubblicati in rete”. Bisognerà tuttavia attendere di conoscere le motivazioni della sentenza che, hanno aggiunto i due legali, “desta forti perplessità poiché contrasta con le direttive europee, con la dottrina più autorevole e con la giurisprudenza di legittimità in Italia e all'estero”.

La decisione dei giudici

La società ha definito la decisione dei giudici di Milano “…un attacco ai principi fondamentali di libertà” e ha annunciato ricorso contro una sentenza "sorprendente", dal momento che i tre dirigenti condannati non hanno nulla a che fare col video in questione: nessuno di loro, infatti, ne sarebbe stato a conoscenza fino a quando questo non è stato rimosso dal sito. Durante l'intero processo, anzi, i tre dirigenti Google - sostiene la società - "...hanno dato prova di grande coraggio e dignità". Google, si legge in un post a firma Matt Sucherman (VP and Deputy General Counsel - Europe, Middle East and Africa) sul blog ufficiale della società, “…ha collaborato con la polizia per consentire l’identificazione del responsabile dell’upload del video, condannato successivamente da un tribunale di Torino a 10 mesi di servizio in comunità, così come altri compagni di classe coinvolti nella vicenda”. “In casi come questi, che sono rari ma spiacevoli, è qui che il nostro coinvolgimento normalmente finisce”, ha aggiunto Sucherman, sottolineando “il profondo turbamento” della società per questa sentenza, che attacca “…i principi della libertà che sono alla base di internet”. “Il buon senso – ha scritto ancora Sucherman - impone che solo la persona che filma e carica un video su una piattaforma di hosting potrebbe adottare le misure necessarie per proteggere la privacy e ottenere il consenso delle persone che sono riprese e il diritto europeo è stato elaborato appositamente per offrire ai provider un porto sicuro da ogni responsabilità fintanto che i contenuti illegali siano rimossi appena notificati”. Solo in questo modo, ha aggiunto, “…si può aiutare la creatività e sostenere la libertà di espressione, tutelando al contempo il diritto alla privacy”.

Il principio espresso in questa sentenza

Se passasse il principio espresso in questa sentenza, ha quindi concluso, “…siti come Blogger e YouTube e, anzi, ogni social network e qualsiasi community elettronica sarebbe responsabile del controllo di ogni singolo pezzo di contenuto caricato dagli utenti, sia esso un testo, una foto, un video”, e questo, in ultima analisi, implicherà “…la fine del web come lo abbiamo conosciuto finora, e la scomparsa di tutti i benefici economici, sociali, politici e tecnologici”. “E’ eccessivo - ha aggiunto il responsabile dei rapporti istituzionali, Marco Pancini - il solo fatto che i nostri colleghi, del tutto estranei alla vicenda siano stati sottoposti a processo, dal momento che è l'unico processo del genere nel mondo”. Secondo il procuratore aggiunto Alfredo Robledo che con il pm Francesco Cajani ha sostenuto l'accusa, la sentenza rappresenta, finalmente, un punto fermo sulla tutela della persona attraverso, appunto, la tutela della privacy: “…il diritto d'impresa – ha affermato - non può prevalere sulla dignità della persona”. Soddisfazione è stata espressa dall'associazione Vividown: “…quello che a noi interessava - ha spiegato l'avvocato Guido Camera - era l'affermazione della responsabilità penale dei dirigenti di Google, e questa è stata riconosciuta dal giudice”.

(24 febbraio 2010)

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