Vivo: da Corte Ue speranza per Telefonica. La Golden Share di Lisbona in PT è ‘una restrizione ingiustificata a libera circolazione dei capitali’
La golden share detenuta dal governo portoghese nell’operatore Portugal Telecom costituisce “una restrizione ingiustificata alla libera circolazione dei capitali”.
Lo ha stabilito la Corte Ue con una sentenza molto attesa, dopo la decisione del Governo di Lisbona di utilizzare i poteri speciali detenuti nell’ex monopolio statale, privatizzato nel 1995, per bloccare la vendita dell’operatore mobile brasiliano Vivo a Telefonica.
Lo Stato portoghese
Lo Stato portoghese, in base alla legislazione nazionale in materia di privatizzazioni, ha mantenuto 500 azioni privilegiate di Portugal Telecom, che gli consentono, a titolo eccezionale e laddove lo esigessero motivi di interesse nazionale, un diritto di veto sulle modifiche statutarie e su altre decisioni riguardanti la società.



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Secondo la Corte Ue, tuttavia, “…la detenzione delle azioni privilegiate conferisce al Portogallo un’influenza sulla gestione della PT che non è giustificata dall’importanza della sua partecipazione e può scoraggiare gli investimenti diretti da parte di operatori di altri Stati membri”.
La Corte
“Questi ultimi – continua la Corte - non potrebbero concorrere alla gestione e al controllo di tale società proporzionalmente al valore delle loro partecipazioni. Inoltre, un eventuale rifiuto dello Stato di approvare una decisione importante per la società può avere un’influenza sul valore delle sue azioni e, pertanto, dissuadere gli azionisti dall’effettuarvi investimenti”.
È la prima volta, infatti, che un governo Ue interferisce in un’operazione tra due società europee: secondo il governo di Lisbona, tuttavia, la decisione è stata motivata dall’importanza strategica dell’asset brasiliano e dall’obiettivo di “garantire la sicurezza della disponibilità della rete delle telecomunicazioni in caso di crisi, di guerra o di terrorismo”. Secondo i giudici, tuttavia, questa giustificazione non può essere ritenuta valida, poiché provvedimenti nazionali tali da limitare la libera circolazione dei capitali possono essere giustificati dal Trattato CE “…a condizione che essi siano idonei a garantire il conseguimento dello scopo perseguito e proporzionati rispetto ad esso” e, “solamente in caso di minaccia effettiva e sufficientemente grave ad uno degli interessi fondamentali della collettività”.
In questo caso, però, nota la Corte, “…il Portogallo si è limitato ad addurre detto motivo senza precisare in che modo la detenzione di «golden shares» consentirebbe di evitare un pregiudizio alla pubblica sicurezza. Pertanto, una siffatta giustificazione non può essere presa in considerazione”.
Quanto alla proporzionalità della restrizione, la Corte ha sottolineato che “l’esercizio dei diritti speciali da parte dello Stato non è soggetto ad alcuna condizione o circostanza specifica ed obiettiva. Infatti, anche se la legislazione sulle privatizzazioni subordina la creazione di azioni privilegiate alla condizione che la esigano motivi di interesse nazionale, né questa legge né lo statuto della PT fissano criteri in ordine alle circostanze in cui detti poteri speciali possono essere esercitati”.
In tal senso, conclude la sentenza, una simile incertezza “…costituisce un grave pregiudizio alla libera circolazione dei capitali. Infatti, essa conferisce alle autorità nazionali un potere talmente discrezionale da non poter essere considerato proporzionato agli obiettivi perseguiti”.
La quota detenuta da quest’ultimo nella joint venture Brasilcel
Telefonica, intanto, ha ribadito l’intenzione di acquisire da Portugal Telecom la quota detenuta da quest’ultimo nella joint venture Brasilcel.
L’operazione da 7,15 miliardi di dollari era stata approvata dagli azionisti del gruppo portoghese, ma bloccata dal governo attraverso l’uso della Golden Share. Portugal Telecom ha quindi spiegato di stare continuando a “cercare possibili soluzioni per portare a buon fine l’operazione”, per garantire iul massimo valore agli azionisti, mentre il Governo di Lisbona ha fatto sapere di rispettare la sentenza della Corte Ue, pur restando ferma l'intnzione di "...cercare soluzioni che permettano di rispettare pienamente la normativa europea, ma anche di salvaguardare l'interesse nazionale".
(08 luglio 2010)
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