Privacy: Facebook di nuovo nel mirino della Ue per il pulsante 'iLike'. Urge una valida informativa per tutelare gli utenti

Il gruppo delle autorità europee di protezione dei dati (Art.29 Data Protection Working Party), nel corso della 75^ sessione plenaria tenutasi a Bruxelles, dopo avere inviato lettere a 20 operatori di reti sociali che hanno sottoscritto il "Safer Networking Principi per l'UE", interviene sulla recente decisione di Facebook di cambiare radicalmente le impostazioni predefinite sulla sua piattaforma di social networking, a discapito dell'utente. Da un controllo effettuato, infatti, pare che alcuni dati contenuti nei profili degli utenti, non siano protetti dalle vigenti leggi in materia di privacy e che i fornitori di siti di social networking, utilizzino i dati personali di altri individui contenuti in un profilo utente per scopi commerciali. Maggiore tutela della privacy e rispetto delle leggi universali, oltre che la necessità di una nuova nota informativa chiara e dettagliata che possa far capire meglio all'utente quali dei propri dati personali si rendono visibili sul web. Ad intervenire sul delicato argomento, oltre che ovviamente Bruxelles, e sempre con riferimento all'introduzione da parte del social network Facebook del nuovo bottone denominato 'I like', è anche segretario generale dell'Unione Nazionale Consumatori, Massimiliano Dona.

La funzione non sa che rischia

'Il problema - evidenzia Dona - è che chi decide di utilizzare la funzione non sa che rischia di lasciare una vera e propria 'impronta' con tanto di nome e cognome e, in alcuni casi, anche di foto. Se la preferenza per un qualsivoglia sito è espressa mentre si è connessi sul proprio 'profilo Facebook', questa viene automaticamente visualizzata anche sulla pagina personale: un automatismo del quale l’utente non è però messo adeguatamente al corrente'.




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La funzione 'I like' introdotta da Facebook, dunque, per avere vita lunga, dovrà necessariamente essere accompagnata da una adeguata nota informativa sulla privacy. Ad attestarlo, anche una attenta lettura del blog ufficiale di Facebook, da dove si evince, ad esempio come internet Movie Database ha visto il proprio traffico raddoppiare da quando ha inserito il pulsante 'I like' nelle singole pagine per permettere ai membri della community di condividere i film e i programmi Tv preferiti. Si tratta di oltre 350.000 'likes' inviati su Facebook tramite IMDB.

I siti di informazione

Idem per quanto riguarda i siti di informazione: per il Washington Post l'incremento è stato del 290%, per ABC News del 250% e per il giornale canadese The Globe and Mail l'80%. “Questi strumenti hanno catalizzato la vostra attenzione - si legge a tal proposito sul blog - perché potete immediatamente sapere quello che i vostri amici trovano più interessante e inserire i siti web in questione nelle vostre pagine personali”. Dati, numeri e opinioni che se da una parte registrano una certa soddisfazione di Facebook sul “caso”, dall’altra evidenziano le critiche sui continui cambiamenti di strategia delle politiche sulla privacy. Da non dimenticare a questo riguardo, che già nel 2007 Zuckerberg fu costretto a scusarsi dopo il lancio della piattaforma pubblicitaria Beacon. Il sistema consentiva di tracciare le abitudini degli utenti, minando la tutela della privacy in nome di una maggiore condivisione di informazioni con il network. Ma quale il rischio che l’utente corre con i nuovi 'social plug-in' ? Il rischio è che la mole di informazioni detenuta da Facebook e messa a disposizione di altri siti web, venga utilizzata senza autorizzazione dalle aziende a scopi pubblicitari e non solo. Un tema scottante e più volte attenzionato dai garanti di tutto il mondo oltre che da alcuni parlamentari democratici americani che hanno interpellato sul tema, sia Zuckerberg che la Commissione Federale per il Commercio. Sullo stesso argomento, si è pronunciata anche la Cnn che reso noto come Facebook avrebbe già avviato contatti con Capitol Hill per spiegare le proprie ragioni, ma allo stesso tempo, non esclude che la questione possa passare presto dalle pagine dei giornali alle aule dei tribunali.

(13 maggio 2010)

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