Privacy: tutto quello che è online è pubblico e serve a identificarci. Ecco come il data mining dissolve la vita privata
Molti di noi non avrebbero esitazione ad affermare che mai nella vita rivelerebbero informazioni quali il numero di carta di credito o la password dei servizi bancari a uno sconosciuto incontrato per strada, eppure la stragrande maggioranza degli utenti internet continua a riversare sul web dettagli su dettagli della propria vita, che messi insieme – e oggi è più facile che mai – permettono di arrivare facilmente a questi dati sensibili.
Su siti come Facebook, Twitter, Flickr - ne sa qualcosa il boss della ndrangheta Pasquale Manfredi, tradito dal suo profilo sul popolare social network, dove si faceva chiamare Scarface - abbondano informazioni personali su compleanni, regali ricevuti o fatti, pettegolezzi sui compagni di scuola, i colleghi, i datori di lavoro, foto delle vacanze, informazioni sui film visti o sulla musica preferita.
Gli esperti in sicurezza informatica
Minuzie, dati irrilevanti, si potrebbe pensare, ma in realtà non è così: secondo gli esperti in sicurezza informatica e le forze dell’ordine, questi frammenti di informazioni, all’apparenza innocui, raccolti e assemblati aiutano a fornire un quadro completo di un’identità, fino anche al numero di Social Security, che negli Usa serve a identificare i cittadini presso l’amministrazione pubblica.



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“La tecnologia – ha affermato Maneesha Mithal della Federal Trade Commission americana – ha reso obsoleta la tradizionale definizione di dati personali identificativi: si può scoprire l’identità di un individuo anche senza”.
Un progetto condotto lo scorso anno presso
Il New York Times cita ad esempio un progetto condotto lo scorso anno presso il MIT, nel corso del quale i ricercatori hanno analizzato il profilo su Facebook di più di 4 mila studenti e sono stati in grado di predire con una precisione del 78% se un profilo appartenesse a un ragazzo omosessuale.
Questo tipo di data mining, che si basa su sofisticate correlazioni statistiche, è attualmente praticato più che altro dai ricercatori, non dai ladri di identità o dai pubblicitari, ma è vero anche che le leggi sulla privacy non hanno tenuto il passo con la tecnologia: ci sono troppi spazi grigi di cui approfittare, e sempre più organizzazioni lo fanno per poi rivendere le informazioni a chi le paga di più e in modo del tutto legale.
Nelle reti sociali le persone possono incrementare le proprie difese adottando controlli stringenti sulla privacy, eppure – dicono i ricercatori – le azioni individuali raramente sono sufficienti a proteggerci in un mondo sempre più interconnesso.
Anche se si evita di divulgare informazioni personali, c’è sempre qualcuno – amici, parenti, colleghi – che potrebbe farlo per noi, facendo riferimento alla scuola frequentata, al datore di lavoro, a un luogo o a un interesse.
La riservatezza, insomma, “…non è più una questione individuale”, ha affermato Harold Abelson, docente di informatica al MIT, sottolineando che anche nel mondo online vale – ancora di più – l’adagio delle nostre mamme: “le persone ti possono giudicare dai tuoi amici”.
Le informazioni su ciascun individuo possono formare...
I modelli di comunicazione, quindi, rivelano di noi molto di più di quanto ci saremmo mai aspettati: raccolti insieme, le informazioni su ciascun individuo possono formare una “firma sociale” distintiva, spiegano i ricercatori.
La FTC e il Congresso stanno lavorando all’introduzione di una serie di obblighi per l’industria e alla creazione di una “do not track” list in grado di permettere agli utenti di non essere monitorati online.
Gli esperti, tuttavia, sono scettici anche in questo caso: non c’è legge che tenga, chiunque metta sul web i dettagli della propria vita, deve avere bene in mente che niente resterà privato.
(17 marzo 2010)
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