Giappone
Panasonic rinuncia a plasma e LCD. Troppa concorrenza
Il gigante giapponese dell’elettronica Panasonic ha annunciato stamani una vasta opera di ristrutturazione della divisione degli schermi LCD e plasma, che ormai non riesce più a generare profitti.
La società ha deciso di bloccare la produzione degli schermi destinati al Giappone, chiudere una delle sue industrie nell’arcipelago e rinunciare al trasferimento a Shangai delle infrastrutture di una sede giapponese, secondo quanto emerge da alcuni documenti consegnati alla stampa.
La produzione a Himeji centro
“Stiamo chiudendo l’industria di schermi LCD di Mobara (Tokyo est) e tagliando la produzione a Himeji (centro-ovest) per concentrarci maggiormente sui display destinati ad altri dispositivi”, ha spiegato la società.



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In occasione della conferenza stampa, il CEO di Panasonic Fumio Ohtsubo ha dichiarato che, per quanto riguarda quelli dei televisori, “ci rivolgeremo ad altri fornitori”.
La produzione di quelli al plasma si concentrerà, invece, in un’industria di Amagasaki (centro-ovest).
Come sta avvenendo anche per gli altri operatori giapponesi o sudcoreani, Panasonic non riesce a fronteggiare la caduta dei prezzi dei televisori a causa della concorrenza sempre più agguerrita che caratterizza questo comparto.
Panasonic sta inoltre valutando la riorganizzazione della divisione dei semiconduttori per convogliare le risorse sui sensori ottici per dispositivi mobili e semiconduttori ad alta potenza a svantaggio dei circuiti integrati su grande scala (LSI).
In totale, la società ritiene che per quest’anno fiscale (aprile 2011 – marzo 2012) i costi di ristrutturazione ammonteranno a 514 miliardi di yen (4,7 miliardi di euro), una spesa eccezionale che porterà il gruppo in rosso.
La compagnia spera tuttavia che, per il prossimo anno, questa operazione generi un utile da 146 miliardi di yen (1,32 miliardi di euro).
La forza lavoro a 350 mila persone
Il piano, ha detto Ohtsubo, prevede anche di accelerare sui licenziamenti, in parte già realizzati, che porteranno la forza lavoro a 350 mila persone o meno, per guadagnare un anno sul progetto inizialmente preventivato.
(31 ottobre 2011)
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