Pechino apre una biblioteca digitale con 12 milioni di documenti. Quanto sarà pesante l'opera di censura?

E' stata recentemente aperta a Pechino una biblioteca digitale in lingua cinese, la più grande al mondo, con un database con 12 milioni di documenti, riguardanti informazioni da giornali, periodici, libri, tesi, e altri campi. Obiettivo del progetto, promosso dal governo, è mettere a disposizione degli utenti nei prossimi tre anni l'80% del materiale letterario pubblicato in Cina.

 




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L'iniziativa ha posto anche la questione della proprietà intellettuale. Secondo una recente inchiesta, infatti, le informazioni che circolano in Rete in cinese includono 15 milioni di documenti riguardanti scienza, economia, cultura cinese, dei quali solo 150.000 hanno il copyright per esser pubblicati in Internet.

  Pan Longfa, responsabile della Casa editrice elettronica della Rivista Accademica Cinese (presso l'Università Qing Hua a Pechino) che ha curato l'apertura della cyber-biblioteca, entrando nel merito del problema ha dichiarato: "Durante la costruzione del database abbiamo sottolineato l'importanza di proteggere i diritti di proprietà intellettuale, pagando 31 milioni di yuan (3,7 milioni di dollari ) agli autori".   Altro problema: se da un lato Pechino, con questa iniziativa, può vantarsi di mettere a disposizione dei cittadini cinesi milioni di informazioni attraverso Internet, si solleva anche il problema della selezione di questi documenti. L'agenzia Fides, che ha riportato la notizia, si chiede quali saranno i criteri che guideranno la scelta dei documenti pubblicati e se si tratterà di criteri che risponderanno a una griglia ideologica o a un'espressione di una cultura autenticamente libera e democratica  

La mancanza di disposizioni normative dà

Fides ci tiene a precisare che se la mancanza di disposizioni normative dà la possibilità pubblicare su Internet "materiale dannoso all'uomo", dalla pornografia fino al manuale di costruzione di bombe o alle istruzioni per compiere attentati terroristici. E' anche vero che "i necessari limiti devono essere reale espressione di uno Stato democratico", che rispetti la verità e la dignità della persona, "difensore dei diritti umani e delle inalienabili libertà fondamentali di ogni individuo, incluse la libertà di espressione, di fede e di pensiero".   A sottolineare il rischio che il governo cinese possa operare in modo censorio e fazioso, la Fides ricorda la messa al bando dei motori di ricerca Altavista e Google, proprio per il timore, da parte del governo, delle informazioni che circolano liberamente in Rete, spesso di critica alle Autorità cinesi. Probabilmente gli utenti ritengono Internet il luogo deputato per poter liberamente esprimere le proprie opinioni, specie quelle strettamente politiche di non condivisione delle linee governative.    

Lo ha dimostrato non solo

Pechino è cosciente della situazione, e lo ha dimostrato non solo, oscurando l'accesso ai motori di ricerca maggiormente usati, ma anche con uno stretto controllo degli Internet caffè, di cui si servono i cosiddetti cyber-dissidenti.   Secondo le statistiche ufficiali, alla fine di aprile del 2002, il numero di navigatori su Internet in Cina ha raggiunto i 56,6 milioni, concentrati nelle aree delle grandi città. Ma, come informa il "Rapporto 2003' di Reporters sans Frontières, i cyber-dissidenti in Cina vengono continuamente arrestati e processati.   Ricordiamo che a inizio novembre, è cominciato a Pechino il processo contro Jiang Lijun, un dissidente cinese che usava Internet per diffondere articoli favorevoli alla democrazia.

Lo Stato'

Jiang è stato arrestato con l'accusa di ''incitamento alla sovversione contro lo Stato''.   Non è chiaro quando il Tribunale Intermedio del Popolo di Pechino, che conduce il processo, emetterà la sentenza, che potrebbe essere addirittura il carcere a vita. E' iniziato anche il processo di appello - presso la Corte Suprema - contro quattro cyber-dissidenti condannati in maggio a pene detentive tra gli otto e i dieci anni di prigione. Gruppi per i diritti umani hanno affermato che "decine" di intellettuali cinesi hanno inviato una "lettera aperta" al primo ministro Wen Jiabao nella quale chiedono la liberazione di Liu Di, la studentessa di Pechino in prigione da un anno ritenuta la capostipite dei "dissidenti cibernetici".

Raffaella Natale

(19 novembre 2003)

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