Porno online: ecco perchè istituzioni e industria non volevano il dominio .xxx

Dopo 7 anni di negoziazioni, i siti pornografici avranno finalmente un nome di dominio a loro riservato: il 18 marzo, infatti, l'Icann - l'organismo internazionale che gestisce i nomi di dominio - ha deciso di dare il via libera alla nuova estensione .xxx. I primi siti in .xxx dovrebbero dunque fare la loro comparsa entro quest'anno, alla fine di quello che è stato definito un 'combattimento epico' tra i partigiani e gli oppositori al 'quartiere a luci rosse' virtuale e dopo quello che sembrava un addio definitivo, nel 2007, a causa delle proteste non solo di varie associazioni religiose, ma anche della stessa industria del porno, che teme di essere ghettizzata.

I siti pornografici è nell’aria

L’idea di creare un’etichetta apposita per i siti pornografici è nell’aria dal 2001, dettata dalla volontà di delimitare chiaramente i siti a carattere pornografico, per renderne più facile la ricerca e il filtraggio. La proposta venne accolta nel giugno del 2005 ma diverse volte l’approvazione finale è stata rinviata poiché le organizzazioni e i governi hanno richiesto più tempo per stabilire l’opportunità di creare un simile dominio, che legittimerebbe, di fatto, l’industria pornografica. L’ICANN, trovatasi al centro delle polemiche internazionali per il suo ruolo esclusivo di supervisore di internet, si è trovata dunque con una grossa gatta da pelare e ha più volte bloccato la proposta. Tra i governi che più di altri si sono battuti contro l'approvazione dell'estensione .xxx, quello americano, secondo cui la decisione dell'Icann "...va contro l'interesse generale, aprirà la porta a una maggiore censura da parte dei governi e metterà in pericolo la stabilità e la sicurezza di internet", ha affermato Lawrence Strickling, assistente del Segretario di Stato al Commercio.




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Il mercato del porno online riesce a fatturare 3 mila dollari al secondo: la parola ‘sex’ è la più cercata sui motori e rappresenta il 25% del totale delle richieste effettuate su internet, mentre si stima esistano oltre 370 milioni di siti pornografici.

La 'ghettizzazione' dei siti pornografici renderà

Il timore principale è, in effetti, legato al fatto che la 'ghettizzazione' dei siti pornografici renderà più facile il filtraggio dei siti: come denunciato anche dagli stessi editori dell'industria porno, il nuovo dominio legittimerà la posizione di paesi come l'Arabia Saudita che ha chiaramente minacciato il blocco di tutte le Url in . xxx Secondo Mathieu Weill, direttore generale di Afnic (l'associazione che in Francia si occupa della gestione dei nomi di dominio), la questione va considerata dal punto di vista politico: i governi, secondo Weill, l'avrebbero strumentalizzata di proposito per mostrare i muscoli e pesare di più nel quadro delle negoziazioni relative all'ultimo round di nuove estensioni, che dovrebbe portare a una massiccia espansione dei nomi di dominio aprendo la strada a estensioni di ogni genere (come .love, .sport, .god). "Si è trattato, dunque, di un attivismo rafforzato dei governi in chiave decisionista", ha affermato Stéphane Van Gelder, presidente della GNSO (Generic Names Supporting Organization) dell'Icann. "I governi vogliono le nuove estensioni, a patto che siano fatte a modo loro. Penso - ha aggiunto Gelder - che sia sintomo di un malessere di fronte a un web che sfugge sempre più al loro controllo e questo li infastidisce. Da qui il lancio, in Francia, di leggi repressive per le libertà personali e il tentativo dell'Onu di prendere un ruolo più importante nella governance di internet". A parte ICM (la società che ha proposto l’istituzione del dominio) e Icann - che pure sembrava averlo definitivamente rigettato nel 2007 - insomma, nessuno voleva questo nuovo dominio. ICM, finanziata dal ricchissimo imprenditore britannico Stuart Lawley, in compenso, ha già investito una decina di milioni di dollari nel progetto e ora spera di raccogliere i frutti della sua ostinazione, stimati in circa 200 milioni di dollari l'anno. I grandi nomi del porno, che pure non volevano il .xxx, saranno infatti costretti ad acquistare i domini per evitare che i loro marchi finiscano nelle mani dei cybersquatter. La nuova infornata di nomi di dominio che permetterà agli internauti di scegliere il nome che preferiscono per l'estensione del loro sito, dovrebbe servire a rendere internet più intuitivo, ma sono in molti a ritenere che questa novità creerà disordine e frustrazione e che a beneficiarne sarà solo l'ente americano 'non-profit': ad esempio, il suffisso '. aborto', sarà utilizzato da chi sostiene il diritto ad abortire o da quelli che si oppongono ad esso? Cosa si farà quando una comunità rivendicherà l’uso della stessa estensione, come .musulmani? Chi avrà diritto a utilizzare l'estensione .amazon, la nota web company o il Brasile? C’è inoltre chi pone interrogativi per l’estensione, ad esempio, dei nomi delle città: prendiamo ad esempio la città di Fiuggi, che corrisponde anche a un noto marchio commerciale, o – andando oltre i confini – la città di Orange o di Evian. A chi verrà assegnata l’estensione, al marchio commerciale o alla municipalità? In questi casi, o anche quando il dominio sarà contestato da due aziende, l’Icann prevede un sistema di aste tra gli interessati. Fin da subito, infatti, l’associazione aveva assicurato che il nuovo sistema sarebbe stato “aperto a tutti”, ma che ci sarebbe comunque stata una commissione con il potere di bloccare un dominio per “ragioni morali o di ordine pubblico”: ogni registrazione generica di un’estensione, dunque, dovrà essere basata su criteri quali il rispetto del copyright (l’estensione .microsoft, per esempio, sarà riservata alla società di Redmond) o il divieto di imitare le estensioni esistenti (niente .kom o .nett, dunque). Per proteggere ulteriormente le imprese da usi illeciti delle nuove estensioni personalizzate – ci potrebbe essere, per esempio, qualche furbetto che decide di acquistare il dominio . gooogle o .microsfot – l’Icann ha inoltre fissato anche un ‘filtro’ economico: depositare una candidatura costerà infatti 185 mila dollari. Una somma che corrisponde al ‘trattamento amministrativo’ dei dossier presentati al vaglio dell’associazione.

(23 marzo 2011)

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