Cina
Google: nuovo scontro con Pechino. L'accusa stavolta è di evasione fiscale
Un nuovo fronte si è aperto nella battaglia tra Google e le Autorità cinesi, che stavolta accusano tre società legate al gruppo americano di evasione fiscale e hanno aperto un'indagine per appurare i fatti. Una decisione che rafforza la pressione sul motore di ricerca, contro il quale il governo di Pechino ha ingaggiato un vero e proprio braccio di ferro, che lo scorso anno ha portato la società a dirottare le ricerche degli utenti cinesi sui server di Hong Kong, così da permettere loro di bypassare la rigida censura sui contenuti online, dopo la scoperta che le autorità governative avevano pilotato un attacco hacker volto a carpire informazioni su presunti dissidenti.
Due delle tre società prese di mira appartengono a Google e la terza è un partner del motore di ricerca. Tutte e tre sono accusate di aver presentato false dichiarazioni fiscali e di dovere al fisco cinese una cifra pari a 4,2 milioni di euro. Google ha smentito le accuse di frode e si è detto convinto di aver sempre agito in conformità con la legge.
Il caso della presunta incursione 'pilotata
Dopo il caso della presunta incursione 'pilotata' nei server di Google e la conseguente presa di posizione anche di Hillary Clinton (leggi articolo), il mese scorso il gruppo americano ha accusato nuovamente Pechino di aver causato il blocco del servizio di posta elettronica Gmail facendo apparire il sabotaggio come un guasto tecnico. Il motore di ricerca rischia quindi di non vedersi rinnovare la licenza per il servizio Google Maps.



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Anche se in Cina Google non è predominante come in altri Paesi - la maggiore fetta di mercato è in mano al motore locale Baidu - la società ha tentato in diversi modi di trovare un equilibrio tra la necessità di mantenere un avamposto nel più popoloso mercato internet mondiale (sottostando quindi alla legge cinese) e quella di tutelare la libertà di espressione, elemento alla base della filosofia del gruppo. Il risultato di questi sforzi, tuttavia, non ha convinto il governo cinese, che sembra intenzionato a continuare a mettere i bastoni fra le ruote del più popolare motore di ricerca mondiale.
(01 aprile 2011)
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