Italia

Telecom Italia: 'infondate' le voci di riassetto? Romani, 'Il governo deve poter dire la sua su governance e investimenti'

È arrivata puntuale la smentita dei soci Telco riguardo l’ipotesi di riassetto azionario di Telecom Italia anticipata ieri dal sito Dagospia e ripresa stamani dal quotidiano La Repubblica. Il sottosegretario allo Sviluppo economico Paolo Romani, intanto, ha ribadito che “il governo deve poter dire la sua sull’italianità della rete”. Secondo i soci di Telco - Generali, Intesa Sanpaolo e Mediobanca - che su richiesta della Consob hanno diramato un comunicato congiunto, le notizie lanciate dalla stampa sono “prive di qualsiasi fondamento”.

Non si è parlato di Telecom Italia neanche nel corso della riunione odierna del comitato esecutivo di Mediobanca, che si è occupato soltanto “di temi di ordinaria amministrazione”.




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Le indiscrezioni di stampa, che non sono state commentate neanche dal direttore generale di Mediobanca Renato Pagliaro, ipotizzavano un riassetto di Telecom Italia che vedrebbe l’istituto bancario alle prese di un’operazione che coinvolgerebbe i soci di Telco e Criteria, la holding che fa capo alla banca spagnola Caixa.

Il sito Dagospia – si tratterebbe

“In sostanza – anticipava ieri il sito Dagospia – si tratterebbe di far confluire in una nuova scatola la partecipazione del 22,5% di Telecom Italia oggi in Telco e il 3,75% di Telefonica che la Caixa detiene tramite Criteria”. Sulla vicenda sono intervenuti, intanto, sia il ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, che il sottosegretario alle Comunicazioni, Paolo Romani. Scajola ha affermato che la prossima settimana chiederà ai vertici di Telecom di essere informato meglio “…su quanto si muove in riferimento agli spagnoli”, vista la delicatezza sia dell’asset in capo a Telecom Italia sia del settore in cui l’operazione andrebbe a impattare. Il sottosegretario allo sviluppo economico Paolo Romani ha quindi ribadito che, oltre all’italianità, su cui l’esecutivo deve comunque “poter dire quello che pensa”, al governo sta a cuore anche un altro concetto: quello della governance, cui sono strettamente legati gli investimenti. Investimenti importanti e che potrebbero essere dirottati verso altri Paesi. “Se avessimo una governance non strettamente italiana e che sia solamente orientata verso business e profitti – ha affermato Romani – l’azienda potrebbe decidere, per esempio, di investire in Brasile e non più in Italia, mentre nel nostro Paese c’è un enorme bisogno di investimenti, con un ruolo sia dei privati che del governo”.

Lo scenario ipotizzato ieri

Secondo lo scenario ipotizzato ieri sul sito di Roberto D’Agostino, l’operazione - già battezzata da qualcuno “Telecom Europa” - “…è originale e complessa al tempo stesso perché prevede la fusione di Telco con La Caixa, la più grande cassa di risparmio d'Europa nonché la terza maggiore banca spagnola”. La Caixa, che controlla il 5,48% di Telefonica, detiene partecipazioni nelle più importanti società spagnole, tra cui il 20,9% di Abertis e il 35,5% di Gas Natural. Un'operazione di questo tipo porterebbe i soci italiani di Telco (Mediobanca, Intesa Sanpaolo e Generali) a detenere una quota tra il 30% e il 33% della nuova ‘scatola’, vale a dire, spiega quindi La Repubblica, “una minoranza di blocco in grado di spuntare una governance che sappia tutelare la cosiddetta italianità del nuovo colosso delle TLC”. A capo della nuova società, anticipa quindi il quotidiano, salirebbe l’attuale ad di Telefonica Cesar Alierta, mentre al presidente Telecom Gabriele Galateri verrebbe affidata la vicepresidenza. Julio Linares e Franco Bernabè guiderebbero, rispettivamente, le attività in Spagna e Sud America e in Europa e nell’area Mediterranea.

I piccoli azionisti di Telecom Italia

Contro quest’ipotesi fa quadrato l’associazione Asati, che raggruppa i piccoli azionisti di Telecom Italia. Ritenendo “scellerata” l’ipotesi di acquisizione ipotizzata dalla stampa, Asati ha annunciato che si adopererà “…in sinergia con altri importanti azionisti italiani, fondi nazionali e internazionali, per costituire un fronte consistente che possa opporsi anche per vie legali a questa azione a danno delle minoranze escluse da Telco che rappresentano oltre il 77% dell'intero azionariato”. Pur affermando di non voler difendere l’italianità del gruppo “tout-court”, gli azionisti di Asati si dicono “attoniti dal silenzio della nostra classe politica, dall'assenza di indicazioni strategiche del Governo e dei principali sindacati”.

(25 gennaio 2010)

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