Italia

Google. Schmidt: ‘Troppo dirompenti per non avere nemici’. Ma per i giudici di Milano ‘privacy sacrificata in nome del profitto’

Chi è troppo popolare, si sa, rischia di avere molti nemici. È questo, in sintesi, il pensiero del Ceo di Google, Eric Schmidt, secondo cui un business “esplosivo” in un settore altamente “potente” come quello dell’informazione, ha spinto molti governi a tenere d’occhio la società, creando gruppi ad hoc “impegnati a capire quello che stiamo facendo”. Nel corso di un incontro a Mountain View sulle sfide e le debolezze della società, Schmidt ha affermato: “Siamo abbastanza irruenti nelle nostre attività e tendiamo, pertanto, a crearci dei nemici”.

Il mese scorso e il trasferimento delle attività

Il riferimento, è ovvio, può essere alla Cina – dopo l’abbandono del Paese il mese scorso e il trasferimento delle attività di ricerca a Hong Kong – ma anche alle rimostranze di vari governi nei confronti di alcuni servizi, quali ad esempio Street View, ritenuti lesivi della privacy.




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La società è anche sotto inchiesta da parte della FTC, uno degli organismi antitrust degli Usa, per l’impatto del piano di acquisizione di AdMob sul mercato della pubblicità destinata ai cellulari.

Le motivazioni alla base della condanna

In Italia, intanto, sono state rese note ieri le motivazioni alla base della condanna, da parte del giudice di Milano, Oscar Magi, di tre dirigenti della società per violazione della privacy, al termine di un processo con al centro il video di un minore disabile insultato e vessato da alcuni compagni di scuola. Il filmato, caricato su Google Video l'8 settembre 2006, è rimasto sul sito per circa due mesi prima che si provvedesse alla sua rimozione: la condanna ha destato reazioni critiche in tutto il mondo, essendo stata considerata come una sorta di censura ‘alla cinese’. La sentenza, si evince invece dalle 107 pagine depositate ieri dal giudice Magi, vuole sottolineare che il web “non può essere considerato una prateria dove tutto è consentito e nulla è vietato”. La condanna a 6 mesi di prigione con pena sospesa, dunque, non è stata costruita sulla base del fatto che si voglia imporre ai siti di hosting un controllo preventivo dei contenuti, quanto in relazione a “un’insufficiente (e colpevole) comunicazione degli obblighi di legge”, riguardo l'informativa sulla privacy. Le informazioni a tutela della privacy erano, infatti, “talmente nascoste nelle condizioni generali di contratto da risultare assolutamente inefficace per i fini previsti dalla legge”.

Un sito come Google Video

Proprio perché, come ha sottolineato anche Eric Schmidt, “l’informazione è potere”, un sito come Google Video, che consente agli utenti di caricare video in rete, non può nascondere le informazioni sulla privacy, soprattutto poiché svolge un'attività con un “fine di profitto” e un “interesse economico”, reso palese dai link pubblicitari in ogni pagina. Il fine di profitto, aggiunge il giudice, “…era, evidentemente, ricollegabile alla interazione commerciale ed operativa esistente tra Google Italy e Google Video”. La prima, infatti, trattava i dati contenuti nei video caricati sulla piattaforma di Google Video e ne era quindi responsabile. “Non esiste - scrive ancora il giudice - un obbligo di legge codificato che imponga un controllo preventivo delle innumerevoli serie di dati che passano ogni secondo dalle maglie dei gestori o proprietari dei siti web, ma non esiste nemmeno la sconfinata prateria dove tutto è permesso”. Esiste piuttosto – continua la sentenza – “un obbligo di corretta e puntuale informazione da parte di chi accetta e apprende dati provenienti da terzi ai terzi che questi dati consegnano”. Non si può, insomma, violare la privacy per puro fine di guadagno, altrimenti si potrebbe pensare che Google non abbia applicato correttamente la legge sulla protezione dei dati personali per non porre un freno alla corsa all'oro rappresentata dall’accumulo di dati privati per fini di marketing.

La necessità

Nessun fine censorio, dunque, ma la necessità, con questa sentenza, di ribadire che “non è la scritta sul muro che costituisce reato per il proprietario del muro ma, in determinati casi e circostanze, può esserlo il suo sfruttamento commerciale”. Internet, conclude il giudice, “…è stato e continuerà ad essere un formidabile strumento di comunicazione, ma ogni esercizio del diritto collegato alla libertà non può essere assoluto, pena il suo decadimento in arbitrio”. Google, da canto suo, ha ribadito che la condanna “attacca i principi stessi su cui si basa internet” e ha annunciato ricorso contro la sentenza.

(13 aprile 2010)

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