Stati Uniti

T-Mobile-AT&T: ecco perché i mercati tendono al monopolio ‘naturale’. DT potrebbe perdere la penale miliardaria in caso di stop al merger

Ogni opzione per salvare l’accordo con AT&T per la vendita di T-Mobile Usa sarà valutata con attenzione. Lo ha affermato il portavoce di Deutsche Telekom in riferimento allo stop imposto dal dipartimento di Giustizia americano al merger tra la divisione Usa del colosso tedesco e il secondo operatore mobile Usa, AT&T. “Se ci sono le condizioni lavoreremo insieme ad AT&T”, ha affermato il portavoce Philipp Kornstaedt, sottolineando che Deutsche Telekom si unirà ad AT&T in tribunale per difendere la transazione da 39 miliardi di dollari, annunciata a marzo.

 




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L’acquisizione è la maggiore annunciata quest’anno e anche la più importante operazione portata avanti dal Ceo Renè Obermann nei suoi 5 anni alla guida del gruppo tlc tedesco.

  Sullo stop al merger è intervenuto anche il direttore operativo di Telefonica Julio Linares, che considera la risoluzione dell’acquisizione “come un chiaro e significativo messaggio all’intera industria”. “Quando due importanti aziende cercano di consolidarsi, vuol dire che non c’è spazio per così tanti players”, ha aggiunto.   Secondo il dipartimento di Giustizia, l’accordo finirebbe per pregiudicare la concorrenza e per danneggiare i consumatori, riportando il mercato a una condizione di duopolio.

Uno studio del Columbia Institute

Una situazione che, però, secondo uno studio del Columbia Institute for Tele-Information appare quasi inevitabile: secondo Eli Noam, economista della Columbia University Business School e direttore dell’istituto di ricerca, “nel mercato delle telecomunicazioni la concentrazione in sé non è sorprendente. Il business, dopo tutto, è stato a lungo uno dei classici esempi di un’industria che mostra le forze che portano verso ‘monopoli naturali’ o, tutt’al più verso oligopoli”. Queste forze includono alti costi fissi – gli investimenti necessari per costruire le reti – e le efficienze legate alla fornitura del servizio a milioni di clienti. La spinta a realizzare reti wireless sempre più sofisticate incrementerà ulteriormente i costi in capo agli operatori, “e questo aumenterà certamente le forze naturali di concentrazione del mercato”, ha affermato ancora Noam.   Ma, se i mercato tendono inevitabilmente alla concentrazione, la sfida politica consiste nello spingere i grandi attori del mercato a competere nell’interesse dei loro clienti.

I modi per prevenire la &lsquopigrizia&rsquo

“Ci sono i modi per prevenire la ‘pigrizia’ di monopolisti e oligopolisti”, afferma ancora l’economista, evidenziando tre possibili opzioni: regolamentazione, antitrust e fare nulla – scommettendo che i cambiamenti tecnologici riescano a scuotere il mercato. Il DoJ punta sulla seconda e sulla terza opzione. Bloccando il merger, spera di mantenere gli asset di T-Mobile fuori dalla portata di AT&T per farli invece passare a una o più compagnie diverse, aumentando così  - in teoria – la scelta e la concorrenza. Se il governo avrà successo e l’acquisizione non si farà, la competizione potrebbe anche non aumentare più di tanto, ma almeno AT&T sarà costretta a competere con le sue forze invece che rimuovendo un rivale dal mercato.   Sarà però un guaio per Deutsche Telekom, che potrebbe anche perdere la penale da sei miliardi di dollari prevista dal contratto in caso di fallimento dell’operazione. Secondo una fonte, infatti, “ci sono diverse opzioni in base alla quali la penale del contratto potrebbe non entrare in vigore”.

Un certo lasso di tempo e

La finalizzazione dell’accordo, ad esempio  dovrebbe avvenire in un certo lasso di tempo e il valore di T-Mobile non dovrebbe scendere al di sotto di un certo livello e questo potrebbe accadere se il regolatore chiedesse di vendere parti della società come condizione per approvare l’accordo.   DT ha una capitalizzazione di mercato di 36 miliardi di euro e la divisione americana genera il 24% del fatturato netto. L’utile netto di T-Mobile, tuttavia, è sceso del 55% nei primi sei mesi di quest’anno a causa dell’abbandono di circa 663 mila clienti, pari al 2,5% della base utenti.

(06 settembre 2011)

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