Stati Uniti

Internet come i giornali o il telefono. Confermato, l’uso dal posto di lavoro non può essere punito con il licenziamento

In una recente sentenza, un giudice di New York ha aggiunto un nuovo tassello alla battaglia tra dipendenti e datori di lavoro sull’uso di internet dal posto di lavoro. Trattando il caso di un impiegato reo di aver navigato il web dall’ufficio per ragioni personali, il giudice John B. Spooner ha infatti paragonato l’uso di internet alla lettura di un giornale o a una conversazione telefonica, decidendo di non acconsentire al suo licenziamento.

Un telefono o di un quotidiano

“Internet è diventato l’equivalente moderno di un telefono o di un quotidiano, offrendo una combinazione di comunicazione e informazione che molti lavoratori usano frequentemente sia nella vita privata che sul lavoro”, ha spiegato il giudice, sottolineando che se un dipendente fa bene il suo lavoro non può essere licenziato solo perché ha usato internet durante i tempi morti.




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Nella sua sentenza, il giudice Spooner ha dichiarato che gli uffici pubblici devono applicare all’uso di internet le stesse regole che valgono nel caso di altre attività personali quali possono essere una telefonata privata o la lettura del giornale, fin tanto che non venga provato che queste attività interferiscono con le performance di un impiegato.

La miriade di dispositivi

La decisione del giudice fa tuttavia riflettere su come, in effetti, la miriade di dispositivi e tecnologie che invadono il mercato a ritmo continuo – dai BlackBerry ai cellulari, dalla banda larga a casa all’accesso internet wireless – abbiano avuto l’effetto di rendere sempre meno definiti i confini tra lavoro e vita privata. E così si finisce a organizzarsi le ferie o fare shopping dall’ufficio e a mandare email di lavoro da casa, non riuscendo mai veramente a staccare la spina né da un’attività né dall’altra. Il punto è, però, che i datori di lavoro raramente apprezzano il lavoro extra da casa ma sono sempre più attenti alle divagazioni sul posto di lavoro. Il giudice Spooner ha riconosciuto questa discrasia e ha impartito solo una reprimenda a Toquir Choudhri, 14 anni di servizio al dipartimento della Pubblica istruzione di New York, scongiurandogli il licenziamento come avrebbero voluto i suoi superiori. Nonostante sempre più spesso, grazie a internet e alle tecnologie a esso connesse, ci si porti il lavoro a casa, secondo recenti studi, le aziende perdono 759 milioni di dollari all’anno pagando dipendenti che invece di lavorare navigano su internet per ragioni personali.

I lavoratori che dispongono

Un altro studio condotto dall’Università del Maryland rivela invece che i lavoratori che dispongono di accesso internet a casa e a lavoro passano in media 3,7 ore a settimana su internet per motivi personali, ma recuperano ampiamente, navigando per attività lavorative da casa per 5,9 ore a settimana. L’amministrazione comunale di New York sta comunque mostrando il pugno di ferro con gli impiegati che si distraggono troppo davanti al computer: a febbraio il sindaco Michael Bloomberg ha infatti licenziato un funzionario di Albany ‘beccato’ da lui in persona a giocare al solitario dall’ufficio. “Il luogo di lavoro non è il luogo adatto per giocare – aveva allora dichiarato Bloomberg – non c’è niente di sbagliato a prendersi una piccola pausa ma non è questo il comportamento corretto. Mi aspetto che tutti i dipendenti pubblici – compreso me – lavorino duro”. Il caso in questione, insomma, non fa altro che trasporre nell’era digitale vecchi quesiti sul come gli impiegati passano realmente il tempo quando sono a lavoro. Per Choudhri, che rischia ancora di perdere il posto nonostante abbia vinto il primo round, la risposta è evidente: come molti suoi colleghi, i tempi morti li passa su internet.

I dipendenti o i datori di lavoro

Un passatempo lecito, almeno fino a quando non venga dimostrato che internet distragga palesemente i dipendenti o i datori di lavoro non proibiscano formalmente il suo utilizzo. “Questa saga non è ancora finita anzi, siamo ancora nel mezzo della corrente”, ha dichiarato l’avvocato di Choudhri, Martin Druyan.

(04 maggio 2006)

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