Stati Uniti

Libertà di espressione: sentenza Usa mette al riparo i blogger dalle accuse di diffamazione

Gli utenti internet e i provider non possono essere accusati di diffamazione per aver pubblicato informazioni scritte da altre persone. Lo ha stabilito all’unanimità la Corte Suprema della California, con una sentenza accolta con molta soddisfazione dai blogger e dalle associazioni a difesa della libertà di espressione. La sentenza, che ribalta una precedente decisione della Corte d’Appello, si riferisce a una causa intentata da due medici, che accusavano la signora Ilena Rosenthal di averli diffamati postando sul suo sito web un articolo scritto da tale Tim Bolen, anch’esso finito in tribunale.

Uno psichiatra in pensione

Stephen J. Barrett, uno psichiatra in pensione, che gestisce il sito Quackwatch e il medico canadese Terry Polevoy avevano avvisato la Rosenthal che alcune affermazioni da lei pubblicate erano ritenute diffamatorie, intimandole di rimuoverle dal sito.




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Quackwatch è un’organizzazione nonprofit che mira a “combattere le frodi sanitarie, i miti, le manie e gli errori” attraverso la diffusione di informazioni “difficili o impossibili da reperire altrove”. Il sito dell’organizzazione è stato creato nel 1996.

Il sito Humantic Foundation

Rosenthal gestisce il sito Humantic Foundation, un gruppo di supporto online per le donne che hanno avuto problemi con gli impianti di silicone al seno. Su alcuni news groups, la donna aveva pubblicato dei post di Bolen e di altri, che definivano Barrett e Polevoy dei “ciarlatani” e la loro organizzazione “un gruppo di bigotti socialisti pseudoscientifici avidi di potere”. Il giudice ha ritenuto però che la decisione della Corte d’Appello – secondo cui i provider di Internet e gli utenti possono essere querelati se ripubblicano un contenuto che è già noto come diffamatorio – fosse in contrasto con le leggi nazionali, tra cui il Communications Decency Act, che garantisce l’immunità degli ISP e degli utenti internet. “La prospettiva di immunità per coloro i quali intenzionalmente ridistribuiscono affermazioni diffamatorie su internet ha implicazioni problematiche”, ha dichiarato il giudice Carol Corrigan, ma l’immunità “serve a proteggere la libertà di espressione online e a incoraggiare l’autoregolamentazione”. Secondo il giudice della Corte Suprema, la Rosenthal non è colpevole per i commenti rilasciati da altre persone sui news group, dal momento che lei non era né “l’autore né lo speaker” di quelle affermazioni e perciò “non può essere ritenuta civilmente responsabile per averle postate su Internet”, anche se era stata avvisata che quel materiale era considerato diffamatorio. La sentenza, secondo l’avvocato della difesa Mark Goldowitz, trasporta la legge sulla diffamazione “dall’era di Gutenberg all’era del cyberspazio”.

Il web permette di “rispondere immediatamente

A differenza della carta stampata, il web permette di “rispondere immediatamente a ogni offesa ed eventualmente di correggerla”, ha aggiunto Goldowitz, sottolineando che non tutti hanno a disposizione un giornale, “ma tutti possono aprire un blog o postare un commento su un news group”. La Corte ha quindi spiegato che la diffamazione via internet differisce da quella via carta stampata. “Gli editori di libri, riviste o giornali sono responsabili di diffamazione tanto quanto gli autori”, ha dichiarato il giudice Corrigan, concludendo che “i venditori di libri, di giornali o altri ‘distributori’ possono però essere considerati responsabili solo se essi sapevano o avevano ragione di ritenere che le pubblicazioni vendute contenevano affermazioni diffamatorie”. Alcune delle maggiori web company, tra cui Amazon, AOL, eBay, Google, Microsoft e Yahoo! hanno appoggiato la difesa, per paura che una sentenza sfavorevole li avrebbe esposti alla responsabilità delle affermazioni contenute sui siti da loro amministrati

(21 novembre 2006)

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